il museo del design italiano e gli oggetti che hanno fatto storia

se non ci siete ancora stati vi suggerisco di programmare una visita al nuovo Museo del Design Italiano a Milano.

Sono tanti i musei in giro per il mondo che ospitano collezioni di oggetti e complementi del vivere quotidiano, ma l’ultimo nato è quello di Milano, un’ampia area espositiva all’interno della Triennale, nello spazio della curva, al piano terra del Palazzo dell’Arte.

Qui sono esposti circa 200 oggetti iconici degli anni d’oro della creatività del design italiano, dal dopoguerra al boom dei primi anni 80.

Questi oggetti rappresentano decenni di trasformazioni economiche e di sperimentazioni radicali in cui nuovi materiali, nuove tecniche e nuovi codici estetici, hanno rivoluzionato l’ordine prestabilito nella sfera domestica e nella società.

un viaggio di scoperta

Per i più giovani è un viaggio di splendida scoperta, per i meno giovani è un viaggio negli anni passati, attraverso gli oggetti che hanno fatto parte del nostro quotidiano e che non avremmo immaginato di vedere in un museo.

È il caso della lampada Eclisse di Vico Magistretti, o i Moon Boot di Giancarlo Zanatta, o ancora l’orologio Cifra 3 progettato da Gino Valle alla fine degli anni ‘60, e riconosciuto in tutto il mondo come icona del design del ‘900.
Insomma, è divertente e curioso vagare e riconoscere quelli che sono stati i nostri oggetti di casa.

design radicale e anti-design

Impagabile per gli appassionati di design, poter vedere le realizzazioni del design “radicale”, termine inventato all’inizio degli anni settanta dal critico Germano Celant.

Architetti e designer che contestavano i principi del Razionalismo allora predominante: funzionalità, rigore, sobrietà. Banditi pulizia e severità dell’architettura razionale.

I radicali portano una nuova idea di design intesa non solo come momento progettuale finalizzato alla realizzazione di oggetti, ma anche come strumento di critica alla società, apertura verso il diverso, e capacità di esprimere pensieri, emozioni.

Ecco dunque il divano Superonda e la poltrona Meis di Archizoom, il Pratone ideato da Gruppo Strum, lo specchio Ultrafragola di Ettore Sottsass jr, la poltrona della Serie Up di Gaetano Pesce.

Il divano Superonda di Archizoom, prodotto da Poltronova, è uno dei primi divani senza scheletro che sfida le convenzioni borghesi per un modo di vivere libero che ispira l’immaginazione.

Gufram e lo spirito “radicale”

Gli oggetti di Gufram, il marchio noto in tutto il mondo che col suo spirito “Radical Design” e la sua sperimentazione anticonformista legata alla ricerca estetica, tecnologica e materica, ha prodotto delle icone del design che sono entrate nell’immaginario collettivo.
Oggetti anti-design sovvertivi e dissacratori dall’anima pop che rappresentano lo spirito di un’epoca.

Come Bocca, il divano dall’anima sensuale e provocatoria ideato da Studio 65, divenuto prodotto cult del design mondiale, che s’ispira alle carnose labbra del Visage de Mae West, dipinto nel 1935 da Salvador Dalí e dedicato all’attrice hollywoodiana.

O la poltrona Capitello, fedele riproduzione di una voluta ionica rivisitata in chiave Pop che aggiunge al look la funzione di accogliere il riposo e il relax, ideato da Studio 65 e prodotta da Gufram. Esposta nei più importanti musei del mondo, fa parte della collezione permanente del Metropolitan Museum of Art di New York.

O ancora il Pratone di Gruppo Strum con la sua seduta insolita e perciò geniale – ci si sdraia sopra in modo anticonvenzionale, districandosi fra i morbidi fili d’erba che la compongono.

E poi Cactus, simbolo indiscusso del radical design, di Guido Drocco e Franco Melli che progettano nel ’72 un cactus a 4 braccia che anziché pungere con le sue spine si traduce in morbido appendiabiti.

O ancora i Sassi di Piero Gilardi che lui stesso definisce “fake della natura” concepiti come arte tattile e da vivere.

i progetti visionari esposti al Moma di New York nel 1972 e il riconoscimento internazionale del design italiano.

Molti i radical designer che furono apprezzati e imitati all’estero: nel 1972 vennero invitati ad esporre le loro creazioni al MoMa di New York nella mostra Italy “the New domestic Landscape”, curata da Emilio Ambasz.

La mostra fece conoscere i designer italiani più fertili dell’epoca e il complesso contesto politico di allora, e soprattutto rappresentò un importante riconoscimento a livello internazionale del design italiano.

Molti oggetti che furono esposti nel 1972 alla prestigiosa mostra di New York è possibile vederli oggi al Museo del Design Italiano a Milano, oltre che in numerosi musei internazionali che li hanno inseriti nelle loro collezioni permanenti d’arte contemporanea.

Come la cucina Mini Kitchen di Joe Colombo, una cucina compatta autosufficiente, su ruote, alimentata elettronicamente, che occupa solo mezzo metro cubo di spazio, ideata nel 1963 per Boffi. Un progetto visionario, un oggetto senza tempo ancora oggi mai eguagliato che, 57 anni fa, anticipava i cambiamenti della società moderna e le tendenze dell’abitare contemporaneo.

“La mia cucina può essere spostata in giro o fuori da una stanza e quando hai finito, si chiude come una scatola”.

Joe Colombo

Dal 2007 la Boffi Kitchen viene prodotta sia in versione outdoor che in Corian® e dotata di piastra cottura in vetroceramica a induzione, minifrigo da 60 lt, tagliere in massello di teak e ruote girevoli a 360° con due freni di bloccaggio. Le modifiche non riguardano il concept del progetto che è considerato oggi, più che mai, attuale e funzionale, ma solo accorgimenti tecnici e materici adatti ai nostri tempi.

O Sacco, l’icona pop “anticonformista” e “rivoluzionaria” disegnata nel 1968 da Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro, prodotta da Zanotta. Tra le prime poltrone disegnate senza l’uso di una struttura di sostegno, che segue i volumi e i movimenti del corpo senza imporre una posizione prefissata.

La lampada Arco di Achille e Pier Giacomo Castiglioni, la macchina da scrivere portatile Valentine di Ettore Sottsass jr di Olivetti o ancora il divano Joe di Poltronova, il guantone disegnato nel 1970 dagli architetti Jonathan De Pas, Donato D’Urbino e Paolo Lomazzi con forma di un gigantesco guanto da baseball. Il suo nome è un omaggio a Joe Di maggio, campione del baseball americano.

Insomma, un viaggio tra i progettisti più importanti del secolo scorso, da Achille Castiglioni a Vico Magistretti, da Marco Zanuso, fino a Franco Albini, Ugo La Pietra, Enzo Mari, Mario Bellini, Alessandro Mendini, Ettore Sottsass Jr.

gruppo Memphis e la nuova era della produzione del design

Nei primi anni ottanta entrò in scena Memphis, una nuova esuberante corrente che diede avvio in Italia e nel mondo, a una nuova era della produzione del design. Il collettivo fondato da Ettore Sottsass ha influenzato in maniera indelebile il Design moderno fino a diventare un fenomeno culturale a tutti gli effetti.

Photo by Claudia Paoluzzi

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